PREVENZIONE DELL’HIV NEI GIOVANI = AUTOEFFICACIA

 

I recenti dati epidemiologici relativi alla diffusione del virus Hiv indicano come non sia più corretto parlare di "categorie a rischio" riferendosi prevalentemente a soggetti tossicodipendenti, omosessuali o politrasfusi. La trasmissione del virus tramite rapporti eterosessuali occupa ormai una percentuale assai rilevante; una fascia di popolazione particolarmrnte a rischio è stata individuata nei giovani eterosessuali di età compresa tra i 16 e i 27 anni con una percentuale crescente dei casi di contagio per quanto riguarda le giovani donne.

L'estensione del rischio di contagio alle persone eterosessuali ha prospettato lo sviluppo di ambiti di ricerca e di intervento finalizzati a comprendere il ruolo dei fattori psicosociali nella prevenzione dell'Aids; si tratta cioè di affrontare il tema del cambiamento di atteggiamenti verso i comportamenti a rischio delineando i processi attraverso cui essi operano. A distanza di oltre 20 anni dalla scoperta del virus, la prevenzione rappresenta ancora il veicolo più importante per contenerne la diffusione.

A partire dalla seconda metà degli anni '80 sono state realizzate diverse campagne di prevenzione del contagio dal virus Hiv, attraverso messaggi diffusi dai media e progetti di sensibilizzazione nelle scuole. Le ricerche hanno fornito l'evidenza di come tali campagne abbiano raggiunto un'ampia fascia di popolazione indicando quale fonte di informazione privilegiata i mezzi di comunicazione di massa.

Malgrado la diffusione su larga scala di informazioni sul virus, non si sono osservati risultati soddisfacenti per quanto riguarda l'obiettivo implicito di promuovere l'adozione di abitudini comportamentali ritenute utili per la prevenzione dal contagio. La letteratura internazionale relativa alla valutazione delle campagne anti-Aids ha infatti messo in discussione la loro efficacia; tali campagne sembrerebbero sortire un effetto sull'incremento di conoscenze sul virus, ma avere uno scarso impatto sulle abitudini comportamentali della popolazione bersaglio.

Attualmente diversi progetti per campagne di prevenzione efficaci mirano all'utilizzo delle teorie psicologico-sociali sui processi di influenza sociale e comunicazione persuasiva (trascurate in passato). La letteratura contemporanea sulla comunicazione alla salute e sul marketing sociale sottolinea ad esempio l'importanza di un'adeguata segmentazione del target audience (popolazione bersaglio) mentre molti dei messaggi anti-aids sono attualmente diretti a segmenti della popolazione indifferenziata. L'esperienza di informazione condotta nelle organizzazioni omosessuali in Italia, dove anche per questo la percentuale di omosessuali tra i malati di Aids è tra le più basse, mostra l'utilità di organizzare la divulgazione di messaggi attraverso istituzioni in cui i destinatari possano riconoscersi.

Nelle campagne sanitarie vengono frequentemente utilizzati messaggi   finalizzati a suscitare paura "minacciando" le conseguenze dell'adozione di determinate condotte. Il ricorso alla paura in quanto tende tuttavia a indurre reazioni difensive in chi riceve il messaggio riducendone l'efficacia. E' stato dimostrato, nel caso sia della propaganda contro il fumo sia in quella per una auto-diagnosi dei tumori del seno, come l'esposizione ripetuta a messaggi di questo tipo possa portare a negazione degli stessi per evitare l'angoscia che viene così indotta, fino a una sorta di "desensibilizzazione" nei confronti del messaggio. Secondo Rogers, un forte appello alla paura sarebbe in grado di indurre ad assumere i comportamenti consigliati soggetti con un alto livello di self-efficacy, ma in caso di bassi livelli di self-efficacy, potrebbe non indurre nessun effetto o generare resistenze al messaggio.

Il costrutto di self-efficacy (efficacia personale) riguarda le credenze/convinzioni degli individui circa le proprie capacità di adottare con successo determinati comportamenti (non è sovrapponibile quindi al semplice possedere tali capacità). Bandura sottolinea come il successo nell'adottare un comportamento dipende non solo dalla effettiva disponibilità delle capacità necessarie, ma anche dalla convinzione di essere in grado di utilizzare tali capacità con competenza e continuità. Quando una persona non è convinta delle proprie capacità personali, non è nemmeno in grado di gestire effettivamente le situazioni, pur sapendo cosa fare e avendo la capacità per farlo. Le aspettative relative all'efficacia personale (o autoefficacia) si suddividono in generali e specifiche del comportamento. L'efficacia generale (ad esempio, "sono una persona che ha fiducia in se stessa") è importante in particolar modo quando una persona si confronta con una decisione nuova, mentre le aspettative specifiche possono mostrare una variabilità intraindividuale nei diversi comportamenti ("sono fiduciosa nell'essere in grado di imporre al mio partner l'uso del preservativo") e come tali rappresentano determinanti più potenti del comportamento. Secondo questo approccio, gli individui possono migliorare o peggiorare il proprio livello di autoefficacia attraverso l'esperienza; in particolare, interventi esterni orientati alla sperimentazione di abilità legate alla situazione specifica riescono a rafforzare la fiducia di riuscire ad attuare un determinato comportamento.

La ricerca ha confermato il legame tra self-efficacy e comportamenti sessuali preventivi. Ad esempio sarà molto più probabile imporre l'uso del preservativo ad un partner resistente se si sarà maturata la convinzione di saperlo e di poterlo fare. Essendo l'efficacia personale oggetto di apprendimento sociale sono dunque auspicabili interventi nel campo della prevenzione che prevedano tra i loro obiettivi l'incremento della self-efficacy nei giovani e quindi interventi non più soltanto di "informazione" ma anche di "formazione" alla prevenzione.

 

Dott. Maurizio Pinto (pinto@aisps.net)

 

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